Il profilo dell’educatore nei lineamenti del Precursore

Giovanni Battista, “il più grande fra i nati di donna” (cf. Lc 7,28), è “una figura possente, che tuttavia impallidisce al confronto con Cristo” (cf. Mc 1,2-8). Il tratto fondamentale di Giovanni, il cui nome significa “il Signore fa grazia”, è quello di essere dono di Dio. Posto come un confine tra i due Testamenti (cf. Lc 16,16), “camminerà innanzi al Signore con lo spirito e la forza di Elia per preparargli un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Il profilo del Battista è quello delineato da Gesù, che lo presenta come “un profeta, anzi, più che un profeta” (cf. Mt 11,9). “Vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi” (Mc 1,6), ed essenziale persino nella dieta, fatta di cavallette e miele selvatico, egli esorta alla conversione e predica la penitenza. Sebbene la fisionomia di Giovanni sia segnata dalla sua austerità, tuttavia il ritratto più completo è quello tracciato dal suo sguardo incantato e dal suo indice orientato verso Cristo, l’Agnello di Dio (cf. Gv1,29).

Lo sguardo che coglie la pienezza del tempo: questa è l’immagine più autentica del Battista. Giovanni non concentra l’attenzione su di sé, ma annuncia i prodigi dei tempi messianici; egli si dispone a lasciare la parola al Verbo di Dio facendo sentire la sua voce, che non conosce conformismi o compromessi. Non teme Erode, che pure lo considera “uomo giusto e santo” (Mc 6,20), dinanzi al quale appare non come “una canna sbattuta dal vento” (cf. Mt 11,7), ma come una quercia che non si piega. Ristretto in carcere conosce il buio fitto della crisi, espresso da un interrogativo che egli, tramite i suoi discepoli, pone a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3). La vita del Battista, sigillata dall’effusione del sangue, è quella di un uomo che alla coscienza della grandezza della sua vocazione ha sempre unito la consapevolezza del limite della sua missione: “Io non sono il Cristo” (Gv 1,20). Bellissimo è l’autoritratto che egli abbozza dichiarando di essere “l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,29-30).

Nei lineamenti del Precursore – il termine “cursore” riflette il suo etimo latino cursor, che esprime il concetto di qualcosa che corre e che ha la funzione di indicare – è possibile scorgere il profilo di un educatore affidabile, cioè consapevole che unica autorità ammessa è quella della testimonianza e unico approccio possibile è quello di camminare a fianco. “Educare è un processo di Effatà, di apertura degli orecchi, del nodo della lingua e degli occhi”. Educare significa accogliere e ascoltare, discernere e accompagnare, senza assecondare gli errori, fingere di non vederli o, peggio, condividerli. Educare vuol dire esercitare l’autorità di dire dei no con “mite fortezza”, senza scambiare la bontà con la debolezza. Educare significa premunire più che preservare, aiutare a crescere senza bruciare le tappe, collegando con le virtù teologali anche le virtù cardinali.

L’educatore è un compagno di strada che non rimanda a se stesso, ma indica la via da percorrere e condivide la meta verso cui procedere; è un allenatore consapevole che la disciplina ha la funzione di irrobustire il carattere, addestrando la libertà a cercare la luce della verità e a dare voce alla carità. L’educatore è un medico che sa coinvolgersi senza farsi travolgere; è un padre non possessivo, che non lega a sé i propri figli, ma segue le loro prove di volo godendo nel vederli crescere in “sapienza, età e grazia”. L’educatore è una sentinella che attende la pienezza del tempo di ognuno: è capace di farsi da parte senza mettersi in disparte. In sostanza, l’educatore è un testimone della verità e del bene: è uno che, vigilando sulla propria fragilità, sa distinguere l’azione dello Spirito dai movimenti del cuore, scossi dalle emozioni più che sostenuti dalle ragioni. Pertanto, ogni relazione educativa esige pazienza, gradualità, reciprocità, audacia; ha bisogno di stabilità, impegno, progettualità coraggiosa: non può ridursi a interventi frammentari. L’opera educativa, secondo San Giovanni Bosco, è “cosa del cuore”, richiede una reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, tra intelligenza e sensibilità. La gratuità del gesto educativo domanda di recuperare il senso profondamente umano di un’azione intenzionale e non occasionale che, come non può essere ridotta ad una tecnica di animazione, così non può rinunciare al carattere asimmetrico della responsabilità generativa. I giovani hanno bisogno di figure autorevoli, agli amici ci pensano da soli!

+ Gualtiero Sigismondi