Vocazione educativa: “È la capacità di sentire l'altro dentro di noi”

di Davide De Amicis

È stato un sapore intenso e inaspettato quello della vocazione al servizio educativo per molti educatori Acr, sia che abbiano appena mosso i loro primi passi, sia che siano più esperti e navigati.

Storie di vita quotidiana,trascorse tra studio e lavoro, piacevolmente sconvolte dalla chiamata ad accompagnare la crescita dei piccoli, che in questo fine settimana si sono ritrovate al Convegno nazionale degli educatori Acr: «Mi hanno chiesto di entrare in Azione cattolica al quinto anno di liceo, durante un viaggio in pullman – racconta Francesco Sorgente, da tre anni educatore della diocesi di Salerno-Campagna-Acerno – e io ho risposto subito sì. Ho scoperto strada facendo la mia vocazione, alla quale non posso rinunciare, è una cosa che sento mia. Ho visto che in Azione cattolica c’è un ambiente diverso e adatto a me».

Un ambiente in cui formarsi sentendosi corresponsabili nel servizio educativo verso i ragazzi: «Qualcuno può considerare tutto ciò una cosa inutile e scontata – osserva Francesco -, ma è molto importante perché abbiamo il compito di formare le persone con una nuova modalità di approccio alla Parola di Dio e alla vita che, in passato, non aveva avuto l’effetto riscontrato oggi. È un compito che richiede competenza».

Perché educare, letteralmente, vuol dire tirare fuori: «Cercare dai ragazzi quello che c’è di buono – aggiunge il giovane educatore Acr -, diverso da persona a persona, e tirarlo fuori da ognuno di loro. Un servizio, per l’educatore, sempre più difficile col passare delle generazioni».

Dunque la chiamata al servizio educativo può arrivare anche immediata, ma la vocazione viene scoperta mettendosi in cammino: «Penso che sia – riflette Laura Calzolari, educatrice Acr da 7 anni della diocesi di Carpi – il sentirsi chiamati a dare una mano agli altri. Nel mio caso è stata una cosa graduale, scoperta frequentando la parrocchia. Nel tempo, ad un certo punto, ci si rende conto che c’è bisogno di dare una mano. Quindi non solo essere aiutati dagli altri, ma mettersi in gioco per primi».

Anche se questo servizio costa impegno: «Essere educatrice – conferma Laura – vuol dire avere pazienza, ma anche tanta carica». Così, la vocazione al servizio educativo è un’attitudine tutta da scoprire in noi: «Non è un colpo di fulmine – spiega Luca Marcelli, responsabile nazionale Acr -, ma è frutto di un processo che passa sempre attraverso un “noi”. Non è frutto di battitori liberi o di salvatori della patria».

Una consapevolezza, questa, maturata proprio dall’esperienza: «A me – racconta Marcelli – la vocazione è arrivata vivendo un’esperienza di gruppo. Non ho avuto la fortuna di frequentare l’Acr, ma ho conosciuto l’associazione da giovanissimo ed è stata importante la testimonianza di alcuni educatori, ai quali devo la mia vocazione al servizio educativo, grazie alla loro dedizione silenziosa unita alla capacità di donare il tempo, senza far sentire che era “tempo perso”».

Ma il concetto che rappresenta al meglio la vocazione al servizio educativo, lo ha espresso don Luigi Ciotti: «“È la capacità di sentire l’altro di noi” – riporta il responsabile nazionale Acr, citando il fondatore di Libera -. Questa espressione rende bene la nostra idea di vocazione al servizio educativo, che è la capacità di assumere l’altro – nello specifico i piccoli – non come un frammento, ma come una parte importante, integrante e imprescindibile della nostra vita».